Home › Approfondimenti › domande colloquio di lavoro
Colloquio di lavoro: le 12 domande che tornano sempre
Redazione CIBA Academy · 10 ottobre 2026
Le domande del colloquio di lavoro cambiano nella forma ma non nella sostanza: quasi sempre sono dodici, e servono a capire quattro cose — se sai fare il lavoro, perché vuoi farlo lì, come stai con gli altri, a che condizioni entri. Preparare quelle dodici non significa impararle a memoria: significa avere pronto un fatto vero per ognuna. Qui trovi tutte e dodici, con il motivo per cui te le fanno e che cosa sta ascoltando chi è dall'altra parte.
Le domande sono dodici, le cose che vogliono sapere sono quattro
Se hai fatto più di due colloqui te ne sei già accorto: le domande si somigliano tutte. Non per pigrizia di chi seleziona, ma perché i dubbi da sciogliere sono sempre gli stessi quattro. Sai fare questo lavoro? Perché vuoi farlo da noi e non altrove? Come lavori con le persone? E a che condizioni — quanto, da quando, con quale disponibilità?
Tutto il resto sono modi diversi di arrivare lì. Questo cambia il modo di prepararsi: non impari dodici risposte, prepari dodici fatti della tua storia e li tieni a portata di mano. Un fatto è un episodio con un luogo, un periodo, una cosa che hai fatto tu e un esito. «Sono una persona precisa» non è un fatto. «Per due anni ho chiuso io la cassa e il conteggio serale di un negozio da sei persone» è un fatto. La prima frase non la verifichi, la seconda sì, e chi ti ascolta lo sa.
«Mi parli di lei», «cosa sa di noi», «perché vuole lasciare»: le tre di apertura
1. Mi parli di lei. È la domanda che fa più paura e in realtà è un regalo: decidi tu da dove si parte. Due minuti, non dieci: dove sei adesso, come ci sei arrivato, perché sei seduto lì.
2. Che cosa sa della nostra azienda? Perché ha risposto a questo annuncio? Qui si separa chi ha mandato trenta curriculum uguali da chi ha letto l'annuncio. Non devi sapere il bilancio: ti basta sapere che cosa fanno, a chi lo vendono, e quale riga dell'annuncio ti riguarda da vicino. «Cercate qualcuno che gestisca il post-vendita e io negli ultimi tre anni ho fatto esattamente quello» vale più di qualsiasi complimento all'azienda.
3. Perché vuole lasciare il posto attuale? (oppure: perché è fermo da un po'?) Non è una trappola, è una verifica di coerenza. Si risponde in avanti, non indietro: che cosa cerchi, non di chi ti vuoi liberare. E se sei fermo da mesi, lo dici: il buco nel curriculum lo vedono comunque, e un buco spiegato in una frase asciutta pesa meno di un buco aggirato.
Punti di forza, punti deboli, un problema risolto: le tre sul mestiere
4. Quali sono i suoi punti di forza? Scegline due, non cinque, e legali al lavoro di cui si sta parlando. Ogni punto di forza va appoggiato a un episodio, altrimenti è un aggettivo.
5. E i suoi punti deboli? La risposta peggiore è «sono troppo perfezionista»: la sentono dieci volte a settimana e non vuol dire niente. Funziona un limite vero, piccolo e circoscritto, detto insieme a come lo tieni sotto controllo. «Al telefono con i clienti difficili tendevo ad alzare i toni; ho preso l'abitudine di ripetere la richiesta prima di rispondere, e mi ha sistemato il problema.» È un limite, non una confessione: scegline uno che non riguardi il cuore della mansione.
6. Mi racconti un problema che ha risolto. È la domanda più importante di tutte e quasi nessuno la prepara. Serve un episodio in quattro passaggi: la situazione, cosa c'era in gioco, cosa hai fatto tu (non «abbiamo»), com'è finita. Preparane due di questi, uno tecnico e uno con persone dentro, e li userai in metà dei colloqui della tua vita.
Un collega difficile, una critica, troppe cose insieme: le tre su come stai con gli altri
7. Mi parli di un collega con cui ha lavorato male. Stanno guardando se parli male di qualcuno. Si racconta il fatto, non il carattere: «lavoravamo sullo stesso ordine con due fogli diversi e i conti non tornavano mai; ho chiesto di tenerne uno solo». Nessun giudizio, solo la soluzione.
8. Come reagisce a una critica? Un esempio concreto di critica ricevuta — una vera, anche fastidiosa — e cosa hai cambiato dopo. Se non hai cambiato niente, scegli un altro esempio.
9. Come si organizza quando le cose si accumulano? Vogliono sapere il metodo, non la buona volontà. Che cosa guardi per decidere l'ordine? Chi avverti quando capisci che una scadenza non la tieni? Chi avverte in tempo vale molto più di chi promette di farcela sempre.
Soldi, tempi e «ha domande per noi?»: le tre finali che quasi nessuno prepara
10. Quali sono le sue aspettative economiche? Non si risponde «quello che offrite voi»: sembra disponibilità, è mancanza di idee. Arriva con una forchetta ragionata sul lordo annuo e dì a che condizioni la parte bassa ti sta bene. Se davvero non hai elementi, chiedi tu quale fascia hanno previsto per quella posizione: è una domanda legittima e la fanno in molti.
11. Da quando sarebbe disponibile? Ha vincoli di orario, turni, trasferte? Qui si dice la verità, sempre. Un vincolo dichiarato al colloquio è un dato organizzativo; lo stesso vincolo che salta fuori al secondo mese è un problema di fiducia.
12. Ha domande per noi? Non è un saluto di cortesia, è l'ultima prova. Arriva con due o tre domande vere sul lavoro: com'è fatta una giornata tipo, chi c'era prima in quella posizione e com'è andata, come si capisce dopo sei mesi che stai andando bene. Le domande su ferie e permessi arriveranno al momento della proposta, non adesso.
Come si prepara tutto questo senza sembrare di recitare
Non si scrivono dodici risposte e non si imparano a memoria: si scrivono sei o sette episodi della tua storia, mezza pagina l'uno, e ci si accorge che coprono quasi tutte le domande. Lo stesso episodio del magazzino ti serve per il problema risolto, per il collega difficile e per l'organizzazione — con un taglio diverso ogni volta.
Poi provali ad alta voce, una volta sola, meglio se con qualcuno che ti interrompe. Una risposta detta ad alta voce la prima volta davanti al selezionatore suona sempre più lunga e più confusa di come l'avevi in testa. È il punto da cui parte Marco Agujari nel corso «Il Colloquio di Lavoro»: trent'anni passati dall'altra parte del tavolo, a fare quelle domande e ad ascoltare le risposte.
Un errore da evitare
L'errore più comune non è dire una cosa sbagliata: è parlare troppo. Alla domanda sui punti di forza il candidato preparato risponde in quaranta secondi, chi è in ansia ci mette quattro minuti, torna indietro a correggersi, aggiunge un «comunque» e finisce in un posto diverso da dove era partito. Chi ascolta non ricorda il contenuto: ricorda la fatica.
Il rimedio è meccanico. Decidi in anticipo la prima frase di ogni risposta — una sola, che contiene già il punto — e dopo l'episodio ti fermi. Il silenzio dopo la risposta non lo devi riempire tu: se vogliono di più, chiedono. Vale anche al contrario: se ti interrompono, lasciali interrompere. Una domanda in mezzo alla tua risposta vuol dire che stanno seguendo.
Domande frequenti
Quante di queste dodici domande mi faranno davvero?
Dipende dal colloquio: una selezione breve si ferma su quattro o cinque, un colloquio strutturato le tocca quasi tutte. Preparandole tutte non perdi niente, perché gli episodi che usi sono gli stessi.
Posso dire che non so rispondere?
Sì, se è vero ed è su un fatto tecnico: «questo non l'ho mai fatto, ho fatto questa cosa vicina» è una risposta accettabile e verificabile. Inventare competenze che non hai si scopre al primo giorno di lavoro.
Se il colloquio è in videochiamata cambia qualcosa?
Le domande no, i tempi sì: in video le pause sembrano più lunghe e si tende a sovrapporsi. Lascia mezzo secondo di silenzio prima di iniziare a parlare e tieni le risposte un po' più corte del solito.
Il docente di riferimento
Marco Agujari
Insegna Il Colloquio di Lavoro in CIBA Academy. Il corso comprende le lezioni video, un confronto individuale di trenta minuti con il docente e la certificazione finale.
