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Curriculum vitae: cosa togliere, prima ancora di cosa scrivere
Redazione CIBA Academy · 10 ottobre 2026
Un curriculum vitae si migliora più togliendo che aggiungendo. Via le frasi su di te che non si possono verificare, i dati personali che non servono alla selezione, le competenze autovalutate con le stelline e le mansioni copiate dal contratto. Quello che resta — pochi fatti con un esito dentro — si legge in un minuto e si ricorda.
Perché si comincia togliendo
Quasi tutti, davanti a un curriculum che non funziona, aggiungono: un altro corso, un'altra competenza, un'altra riga di presentazione. Il risultato è un documento più lungo che dice ancora meno, perché le poche cose importanti sono annegate in mezzo a tutto il resto.
La verità è che un curriculum non viene letto: viene scorso. Chi lo guarda cerca tre o quattro informazioni — che lavoro fai, da quanto, se hai fatto la cosa che serve a lui, se le date tornano — e tutto ciò che sta fra quelle informazioni è un ostacolo. Togliere non è impoverire: è mettere in evidenza. Dieci righe forti leggono meglio di dieci righe forti più trenta righe di riempimento.
Le frasi su di te che non si possono verificare
Il primo blocco da cancellare è quello che molti considerano il più importante: il paragrafo di presentazione pieno di aggettivi. «Persona dinamica, flessibile, orientata al risultato, con ottime doti relazionali e forte spirito di squadra.»
Il problema non è che sia falso. Il problema è che non lo puoi dimostrare, e che la stessa riga sta su quasi tutti i curriculum che arrivano: non ti distingue, ti uniforma. Nessuno ha mai scritto di essere statico, rigido e disinteressato al risultato.
Se vuoi un'apertura, fai che sia fatta di fatti. «Addetto vendite da sette anni nella telefonia, ultimi tre come referente di reparto» funziona, perché dice un mestiere, una durata e un ruolo. Tutto il resto — dinamico, flessibile, motivato — se è vero si vede dalle righe sotto, e se non si vede dalle righe sotto non lo risolvi con un aggettivo.
I dati personali che non servono (e quelli che sì)
Servono: nome e cognome, città o zona, telefono, un indirizzo email serio. Fine.
Non servono, e li puoi togliere senza pensarci: codice fiscale, indirizzo di casa completo con numero civico, stato civile, se hai figli, il luogo esatto di nascita, i dati del documento. Non sono informazioni utili alla selezione — e sono dati tuoi che non hai motivo di far circolare in decine di copie.
Due casi meritano una riflessione. Il nome dell'email: se è l'indirizzo che usi dai tempi della scuola, fattene uno con nome e cognome, è questione di cinque minuti. E la foto: in Italia si usa spesso, in molti settori è attesa, ma deve essere una foto neutra e recente. Se quella che hai è una foto di vacanza ritagliata, meglio nessuna foto.
Resta la riga sul trattamento dei dati: una riga in fondo, non un paragrafo di sei righe in corpo piccolo.
Le stelline sulle lingue e la lista infinita di programmi
Le barrette colorate e le stelline su lingue e competenze informatiche sono un'autovalutazione, e come tutte le autovalutazioni valgono quanto chi le scrive: cioè, per chi legge, zero. Quattro stelline su cinque in inglese non dicono se riesci a fare una call con un fornitore.
Si sostituiscono con un livello dichiarato e, meglio ancora, con un fatto: «inglese: scritto buono, parlato intermedio; ho gestito per due anni la corrispondenza con i fornitori esteri». Qualunque cosa tu scriva, tieni presente che al colloquio può essere verificata in trenta secondi, quindi scrivi quello che regge.
Sul lato informatico, via l'elenco lungo. Nel 2026 scrivere «conoscenza del pacchetto Office» e «utilizzo della posta elettronica» è come scrivere che sai usare il telefono. Tieni solo gli strumenti che contano per quel lavoro — il gestionale, il CRM, il programma di disegno, il sistema di cassa — e tieni quelli che hai usato davvero.
Le esperienze vecchie non si cancellano: si comprimono
Un errore opposto al gonfiaggio è tagliare la storia vecchia per far stare tutto in una pagina. Non serve: i buchi nelle date fanno più domande di una riga sintetica.
La regola pratica è dare spazio in proporzione all'utilità. Gli ultimi due o tre lavori con tre o quattro righe l'uno; quelli più vecchi o lontani dal ruolo in una riga sola — ruolo, azienda, periodo — e basta. Se hai venti anni di storia, le esperienze più lontane possono stare raggruppate in due righe finali: «2004-2011: ruoli operativi nella ristorazione e nella grande distribuzione».
Così la cronologia resta completa e intera, ma l'occhio di chi legge cade dove c'è la sostanza.
Le mansioni copiate dal contratto
Ultimo blocco da riscrivere, ed è quello che fa la differenza più grossa. Nella maggior parte dei curriculum, sotto ogni lavoro, c'è l'elenco delle mansioni preso dal mansionario: «accoglienza clienti, gestione cassa, riassortimento scaffali».
Quelle righe descrivono il posto, non te. Due persone che hanno lavorato lì scriverebbero le stesse parole, e una delle due magari è stata licenziata. Chi legge vuole sapere che cosa è cambiato perché c'eri tu.
Quindi: una riga per inquadrare il lavoro, e una o due per i fatti tuoi. «Addetto vendite, reparto telefonia: seguo il cliente dalla domanda alla firma del contratto. Ho tenuto io l'inventario del reparto negli ultimi due anni e formato le due persone entrate nel 2025.» Niente numeri inventati — se non hai dati di fatturato o di volumi, non servono: bastano le responsabilità reali, che sono verificabili e si raccontano bene al colloquio.
È il metodo da cui parte Sara Scali nel corso «Il Curriculum Vitae»: prima si toglie tutto quello che varrebbe per chiunque, poi si guarda che cosa è rimasto di tuo.
Un errore da evitare
L'errore più costoso è usare lo stesso curriculum per tutto. Un file, trenta invii, nessuna modifica — e si capisce, perché un documento costruito per tutti non parla a nessuno.
Non si riscrive ogni volta da zero: si tiene un curriculum completo come magazzino e, per ogni candidatura, si fa una copia in cui si rimette in ordine e si taglia. L'esperienza più vicina a quell'annuncio sale e si allarga di una riga, quelle lontane si stringono, le competenze che non c'entrano escono. Sono dieci minuti, e la differenza sulla prima scorsa è enorme.
Ultimo controllo prima di inviare: il nome del file. «cv_rossi_mario_2026.pdf» si archivia, «curriculum definitivo (3).docx» dice già qualcosa di te — e in PDF, così non si scompagina sullo schermo di chi lo apre.
Domande frequenti
Quanto deve essere lungo un curriculum vitae?
Una pagina se hai pochi anni di esperienza, due se ne hai molti. Oltre le due pagine è quasi sempre segno che ci sono righe che valgono per chiunque: quelle vanno via prima di aggiungere altro.
Devo togliere la foto dal curriculum?
Non è obbligatoria né vietata. Se hai una foto neutra, recente e sobria puoi tenerla; se l'unica che hai è ritagliata da un'altra occasione, è meglio lasciare lo spazio vuoto.
Gli hobby si mettono?
Solo se dicono qualcosa di utile per quel lavoro — uno sport di squadra portato avanti per anni, un ruolo in un'associazione, un'attività che spiega una competenza. «Leggere, viaggiare, musica» si può togliere senza perdere niente.
Il docente di riferimento
Sara Scali
Insegna Il Curriculum Vitae in CIBA Academy. Il corso comprende le lezioni video, un confronto individuale di trenta minuti con il docente e la certificazione finale.
