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Grounding: che cosa significa e come si pratica

Redazione CIBA Academy · 10 ottobre 2026

Grounding significa radicamento: riportare l'attenzione al corpo e al momento in cui ti trovi, invece di restare nella testa a rincorrere quello che è stato e quello che sarà. Si pratica partendo dal peso, dai piedi, dal respiro e dallo sguardo, in trenta secondi o in dieci minuti, in piedi davanti a una scrivania come dentro una riunione. Non è una terapia e non cura nulla: è un'abitudine di presenza, che si costruisce ripetendola.

Che cosa significa, alla lettera

Ground è il suolo. Il grounding è l'insieme delle pratiche con cui torni a sentire dove sei appoggiato: il peso del corpo, i punti di contatto, il respiro che va e viene, i suoni della stanza in cui ti trovi adesso.

Detto così sembra poco. Ma guarda come passi una giornata normale. Ti svegli e sei già a metà della mattinata, nella testa. Guidi e non ricordi l'ultimo chilometro. Mangi leggendo il telefono. Sei in riunione e stai ripassando quello che dirai quando toccherà a te, e perciò non senti quello che l'altro sta dicendo adesso. In tutte queste scene il corpo è in un posto e l'attenzione è in un altro — nel passato che rimugini o nel futuro che prevedi.

Il grounding è il movimento contrario: riportare l'attenzione dove il corpo è già. Non è un'idea mistica né un modo di pensare positivo. È un'operazione fisica, e la fai con quello che hai addosso.

Perché ti stacchi proprio quando ti servirebbe esserci

Succede sempre nei momenti che contano. Il colloquio, la telefonata difficile, il preventivo da discutere, la risposta a un'accusa. Lì la testa accelera: anticipa, prepara, immagina scenari. E mentre fa questo, il corpo si irrigidisce — spalle su, mascella serrata, respiro corto e alto.

Il risultato lo conosci. Parli più veloce del necessario, non ascolti bene, ti accorgi solo dopo di quello che avresti dovuto dire. Non è un difetto di preparazione: è che non eri lì.

Il grounding serve esattamente in quei minuti. Non per diventare imperturbabile — non lo diventi, e non è l'obiettivo — ma per accorgerti di dove sei e tornare nella stanza mentre la conversazione è ancora aperta.

Si parte dal peso, non dai pensieri

Questo è il punto che cambia le cose. Se provi a calmarti pensando «adesso mi calmo», stai usando lo strumento che si è messo a correre. Non funziona quasi mai.

Il peso invece è un fatto. Sei seduto: il peso è sulle cosce e sui piedi. Sei in piedi: è sulla pianta dei piedi, e puoi sentire se è più sui talloni o più sulle punte, più a destra o più a sinistra. Non devi correggere niente, devi solo accorgerti.

Prova ora, mentre leggi. Appoggia bene i piedi a terra, tutta la pianta. Lascia andare il peso verso il basso, come se ti sedessi un centimetro più giù sulla sedia. Senti i punti di contatto: piedi, sedile, schiena. Non ci vuole un minuto; ne bastano quindici secondi.

Quello che noti, se lo fai davvero, è che l'attenzione per sentire il peso deve essere qui — e nel momento in cui è qui, non è nel pensiero di stamattina. Non hai scacciato niente: hai cambiato il posto dove guardi.

Il respiro: meno tecnica, più ritmo

Sul respiro circolano venti metodi con i numeri. Per iniziare non ti serve nessuno di quei numeri: ti serve una cosa sola, allungare l'uscita.

Quando sei teso l'inspirazione diventa breve e alta, e l'espirazione si accorcia ancora di più. Allungare l'espirazione — soffiare fuori l'aria lentamente, come se spegnessi una candela a due metri — è il gesto che inverte il ritmo. Tre o quattro respiri così, e senti le spalle scendere di un dito.

Una sola avvertenza, che vale per tutte queste pratiche: niente va forzato. Se trattenere il respiro ti dà fastidio o ti fa girare la testa, non trattenerlo. Respira normalmente e torna al peso e ai piedi, che non hanno controindicazioni di nessun tipo.

Lo sguardo e i nomi delle cose

C'è una terza via, utilissima quando sei così preso che il corpo non lo senti: passare dagli occhi.

Guardati intorno e nomina cinque oggetti, in silenzio, uno per uno: la lampada, il bordo del tavolo, la finestra, la pianta, la maniglia. Poi ascolta tre suoni: il traffico fuori, il ronzio del frigorifero, una voce in corridoio.

È banale, e per questo funziona: nominare richiede attenzione, e l'attenzione è una sola. Mentre nomini la maniglia, non stai rifacendo per la quarta volta il dialogo di ieri con il tuo responsabile.

Lo puoi fare mentre fai la fila, in ascensore, sul piazzale prima di entrare da un cliente. Nessuno si accorge di nulla.

Tre pratiche da mettere dove sei già

Il grounding non regge come appuntamento aggiunto alla giornata: regge se lo agganci a momenti che esistono comunque.

Al mattino, trenta secondi in piedi. Prima di prendere il telefono. In piedi, piedi paralleli, ginocchia morbide (non bloccate), due respiri con l'uscita lunga. Serve a cominciare la giornata dal corpo e non dalle notifiche.

Prima di ogni soglia, dieci secondi. Soglia è la porta della riunione, l'ingresso del cliente, il pulsante della chiamata. Mano sulla maniglia, peso sui piedi, un'espirazione lunga, poi entri. Questa è la pratica che rende più in fretta, perché la ripeti dieci volte al giorno senza aggiungere tempo.

La sera, cinque minuti seduto. Seduto, non sdraiato. Peso, contatti, respiro, i suoni della casa. Se arriva il pensiero della mail non spedita — arriverà — non lo combatti: torni ai piedi. Tornare è la pratica. Non c'è una volta in cui «riesce»: c'è il tornare, ogni volta.

Che cosa il grounding non è

È utile sapere anche dove finisce.

Non è una tecnica di rilassamento che ti spegne: il grounding non abbassa l'attivazione, la rende usabile. Puoi essere radicato e molto attivo — chi fa un lavoro fisico o sta su un palco lo sa.

Non è pensare positivo. Non ti chiede di cambiare i tuoi pensieri né di dirti che va tutto bene. Ti chiede di accorgerti di dove sei.

Non è un trattamento sanitario e non sostituisce il lavoro di un professionista. Se stai attraversando un periodo che ti pesa addosso in modo continuo, o se avverti sintomi fisici che non sai spiegare, la cosa da fare è parlarne con il tuo medico o con uno psicologo. Il grounding convive con quel percorso, non lo rimpiazza.

Un errore da evitare

Trasformarlo in un'altra cosa da fare bene. Succede regolarmente: uno comincia, dopo quattro giorni salta una sessione, e si dice che «non è costante», che «non ci riesce», che «la mente non si ferma». E smette.

La mente non si ferma, né oggi né fra un anno: non è quello il metro. Il grounding non si misura su quanto riesci a stare nel presente, si misura su quante volte ti accorgi di esserne uscito e torni. Una pratica di trenta secondi fatta otto volte in una giornata movimentata vale più di venti minuti perfetti una volta la settimana. Chi la tratta come una prestazione la perde; chi la tratta come un gesto — come lavarsi le mani — la tiene.

Domande frequenti

Quanto tempo ci devo mettere ogni giorno?

Puoi partire da un minuto in totale, spezzettato: trenta secondi al mattino e qualche pausa di dieci secondi prima delle cose che contano. La frequenza conta più della durata.

Si può fare in ufficio senza farsi notare?

Sì, ed è il contesto in cui serve di più. Appoggiare i piedi, sentire il peso sulla sedia, allungare un'espirazione e nominare quello che vedi sono cose invisibili da fuori.

Il grounding risolve l'ansia?

Non è una cura e non va presentato come tale. È una pratica di presenza che molte persone trovano utile nella vita quotidiana e sul lavoro. Se l'ansia ti limita la giornata, parlane con un medico o con uno psicologo.

Antonio Leone

Il docente di riferimento

Antonio Leone

Insegna Grounding, Empowerment e Felicità in CIBA Academy. Il corso comprende le lezioni video, un confronto individuale di trenta minuti con il docente e la certificazione finale.

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